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Il mese di maggio i Celti celebravano "Beltain", la divinità solare in onore della quale si accendevano dei grandi falò. Questo spettacolare rito pagano si ripete nella Valle del Chiarsò da oltre duemila anni, conservando integre le sue finalità religiose, propiziatorie e presagistiche. Strabone ci tramanda che il fuoco era per i Celti un fenomeno di grande importanza religiosa e simbolo di massima purificazione. "Beltain" (Beleno) era la divinità solare più amata e temuta dal popolo dei Carni: era il protettore degli armenti, dei pascoli, dei raccolti, dei boschi e della selvaggina.

Il rito della "Femenàta", celebrato una sola volta nell'arco dell'anno, si commemora inderogabilmente il 5 gennaio, vigilia dell'Epifania per il mondo cristiano. Il nome "Femenàta" (donnaccia) sottintende alle caratteristiche negative idealmente racchiuse nel gran fantoccio che sarà acceso il giorno dell'Epifania. L'intelaiatura portante dell'altissima struttura, che in un lontano passato rappresentava una figura antropomorfa, è costituita da un supporto a forma di rombo, realizzato con lunghe e robuste stanghe d'abete stagionato e fissato con grossi chiodi al vertice di un lunghissimo palo ben piantato nel terreno. La figura geometrica che sovrasta l'alto simulacro riproduce il simbolo celtico della "triade" che rappresentava le "Tre Colonne Luminose" o "Potenze riunite nel Mondo Divino" e generatrici della "Vita". Lo stesso simbolo a forma di rombo verticale è ancora riprodotto nel timpano terminale dei ricoveri per i bovini; ed il medesimo simbolo si può trovare all'esterno di alcune malghe della nostra vallata, come simulacro a protezione degli armenti. L'intera intelaiatura della "Femenàta" è rivestita con vari materiali di scarto: stoppie del granoturco, paglia, viticci di fagioli, fieno di scarto, ramaglie secche ed altri prodotti facilmente infiammabili. L'allestimento del pesantissimo feticcio è realizzato sul suolo e quindi fissato verticalmente con l'ausilio di diverse funi e da numerose persone.

Al calare della sera, gli abitanti d'ogni singolo villaggio si accalcano attorno al loro simulacro nell'attesa del sacrificio. L'affaccendarsi degli addetti agli ultimi preparativi improvvisamente si placa: ora "l'Anziano del borgo", erede spirituale dei "Sacerdoti Celti", si avvicina all'enorme pira, apprestandosi a celebrare l'antichissimo rito, aspergendo con acqua benedetta. Da questo momento, come accadeva nei millenni passati, tempo e spazio rimangono sospesi per consentire il contatto spirituale tra vivi e morti. In questo spazio neutrale le anime prigioniere nel corpo degli animali riescono a liberarsi; i gatti neri, che in questa notte magica incarnano gli esseri viventi capaci di leggere il futuro, abbandonano i caldi focolari e si aggirano tra gli spettatori in trepidante attesa dei fatidici responsi. Ecco che alte grida si levano tutt'intorno per cacciare i gufi dalle vicinanze del luogo sacrificale, temendo che i notturni rapaci si apprestino a divorare le anime dei moribondi. Al contrario, il nero pipistrello è bene accetto alla cerimonia perchè, con il suo volo bizzarro, porta grande allegria tra i fanciulli presenti.

Ora l'incaricato all'accensione del simulacro, scelto tra i giovani dell'ultima coscrizione, si appresta ad eseguire l'ambito incarico. Le fiamme iniziano a crepitare alla base dell'antico "capo espiatorio": guerre, incendi, terremoti, alluvioni, epidemie, carestie, invidia, malocchio, e tutti gli altri avvenimenti infausti con questo sacrificio religioso sono ormai scongiurati! Il gran falò è celebrato con grida festose di "Juuu... fu... fui! " (Un'insieme d'intraducibili suoni emessi contemporaneamente da più persone, con origini che si perdono nella notte dei tempi, che si rinnovano nell'Incarojo in ogni occasione di festa o di gioia comune). Le lingue di fuoco si allungano a lambire il cielo e l'oscurità si accende di rossi bagliori; le figure delle persone investite dal riverbero delle fiamme si dimenano nel seguire con lo sguardo miriadi di faville che nell'alto del cielo si spengono dopo una lunga danza tribale. Dall'infernale crogiolo si levano profondi gemiti che si liberano con il vortice delle fiamme. Ora tutt'intorno iniziano a cadere leggere le ceneri che, assieme alla candida neve, serviranno a rigenrare i campi dell'ameno terrazzo.

Da tutti questi fenomeni il "Vecchio Saggio", dalle miriade di faville, trarrà gli auspici per l'anno nuovo: "Se il fum al va a jevànt, l'anàda sarà bondant. Se il fùm al va a tramont, cjol il sac e va pal mont" (Se il fumo va verso levante, la nuova annata sarà abbondante, ma se il fumo va a ponente, raccogli il tuo sacco e va incerca di fortuna!).

Spenta l'ultima favilla e sepolte le poche braci ancora accese ai piedi della "Femenàta", i ragazzini dei villaggi, uniti in pochi gruppi raggiungono ogni famiglia del borgo, annunciandosi con la millenaria filastrocca della "Farina das lausjgnas" (La farina delle faville). Con questa tradizionale cerimonia è chiesto il contributo per una cena, riservata a tutti coloro che hanno collaborato alla realizzazione dell'antico cerimoniale.

Femenąta

"Farina das lausjgnas"


" Bina sera paronzina,
nus dâiso la farina ?
La farina das lausjgnas.
Vêiso maçâ il temporâl ?
Se nò lu vêis maçâ:
lu maçarêis !
Dâinus chel pôc ca podêis.
Tornarìn un'âti an:
cuìnça e lujànias plui di chest an !

Traduzione

" Buona sera padroncina,
ci date la farina ?
La farina delle faville.
Avete macellato il maiale ?
Se non l'avete fatto,
lo farete !
Dateci quel poco che potete.
Ritorneremo il prossimo anno:
sperando di ricevere condimento e salsicce
in maggiore quantità di quest'anno !"

Il saluto dei giovanissimi ragazzi è rivolto alla padrona dell'abitazione con un accattivante diminutivo, con l'evidente intento di accattivarsi, non tanto le sue simpatie, ma una maggiore disponibilità nell'elargire un contributo in prodotti suini per il loro festino serale, Ai nostri giorni sono ormai pochissime le famiglie dell'Incarojo che si dedicano all'allevamento del maiale, per il proprio uso familiare. L'uccisione dell'intelligente animale avviene ancor oggi durante i mesi più freddi dell'inverno, periodo ideale per la lavorazione e conservazione delle sue carni. Il grufolare impaurito della bestia e lo strido spaventoso emesso dal povero animale, al momento della mortale pugnalata infertagli alla gola dal norcino, mettono in grande agitazione tutti i suini del villaggio, che si scatenano con un generale pandemonio, molto simile all'avvicinarsi di un rovinoso temporale.

A sera inoltrata le comitive della "Farina das lausjgnas" si uniscono ai più anziani compagni di lavoro in un capiente locale del proprio villaggio, apprestandosi a degustare le carni prelibate del "purcìt" (altro nome del maiale), accompagnandole con una saporitissima e profumata polenta appena preparata. Alla fine del saporito banchetto il suono di una fisarmonica creerà la giusta atmosfera per giovani ed anziani, che si lanceranno nel vortice di caratteristici balli carnici.

Testo di Rino De Crignis

 

Runa celtica - simbolo degli antenati e del fuoco sacro della stirpeINGUZ è una runa celtica ispirata dagli Dei per i propizi dei Vati possenti. Segno degli antenati, del fuoco sacro della stirpe. Il fuoco del focolare domestico rappresenta nella cultura Celtica la manifestazione visibile dell'unione familiare. Il focolare è il centro naturale attorno al quale si riunisce tutta la famiglia ed è, insieme, simbolo della continuità della stirpe.

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