Non è improbabile che questo straordinario rito celtico, che in altri villaggi della Carnia è noto come: cidulis, cidules, cidulinis, e scjalètis, tragga le sue origini da un rarissimo fenomeno astronomico che in un lontano passato può aver stravolto i nostri Avi Carni. Durante l'estate del 1997 comparve sui nostri cieli la bellissima cometa "Hale-Bopp". La sua apparizione mancava da 2500 anni e gli astronomi ci assicurarono che sarà necessario un analogo periodo di tempo per una sua nuova apparizione. Mi chiedo - Chi abitava esattamente 2500 anni or sono nelle piccole vallate della Carnia?- senza dubbio alcuno la risposta è: "I Celti Carni". L'improvvisa apparizione dello sconosciuto oggetto celeste, sicuramente, rappresentò per le antiche genti delle nostre montagne una ferale minaccia del potente Beleno! Anche allora "Hale-Bopp" rimase sui nostri cieli per alcuni giorni, prolungando la terribile minaccia di un'imminente e terribile morte. Alla fine la cometa si allontanò verso occidente, mutando la trepidazione generale in gioia incontenibile. Non è neppure improbabile ritenere che l'antico cerimoniale delle "cidulas", che si celebra da millenni, rappresenti un doveroso ringraziamento delle genti celtiche in onore a Beleno, la temuta ed amata divinità solare. I futuri scavi a Misincinis potrebbero confermare la fantasiosa ipotesi, regalandoci una "cidula", in ferro od altro metallo ancor più prezioso, quale testimonianza del millenario e terribile evento celeste.

Recentemente l'antropologo Alberto Angela presentò in una sua trasmissione televisiva alcune strane "ciambelle" di pietra, con un diametri di cm 7 ed un foro al centro, legate tra loro in modo da formare una collana. Il noto personaggio dichiarò d'averle ricevute in omaggio da una famiglia di uno sperduto villaggio montano del Caucaso, dove gli strani oggetti erano appesi all'esterno di ogni abitazione. L'origine e l'uso delle strane rotelle era sconosciuto agli stessi nativi, che li consideravano degli efficaci amuleti per l'incremento delle nascite del villaggio. E' straordinario costatare che gli strani oggetti di pietra del Caucaso abbiano la medesima forma e lo stesso contenuto demografico delle nostre "cidulas". La forma rotonda e la grandezza degli strani simulacri asiatici trovano un preciso riscontro nelle "cidules" che si realizzano in legno a Dierico ed anche in altre vallate carniche.

A Paularo il rito delle "Pirulas" si celebra in più di un'occasione: il 15 giugno, vigilia di San Vito, Modesto e Crescenza, patroni della Parrocchiale del Capoluogo, il 24 giugno giorno di San Giovanni, ed il giorno della coscrizione dei giovani di leva., mentre nelle frazioni l'antico cerimoniale si celebra soltanto la vigilia del loro Santo Patrono. .

La nostra "quadrella" è realizzata con legno di faggio ben stagionato, ed il suo lato è di circa 7 centimetri ed il suo spessore è di cm.2. Al suo centro è praticato un foro circolare per consentirne il lancio mediante un bastone flessibile. Una delle due facciate quadrangolari viene smussata in modo da ottenere un tettuccio piramidale, che consentirà alla quadrella un volo più lungo e più stabile. Il leggero ostacolo alla penetrazione dell'aria, causato dai suoi quattro spigoli, provoca la caratteristica "doppia coda luminosa" che rende l'oggetto infuocato molto simile ad una minuscola cometa. Una verga di orniello appena recisa (lo stombli), della lunghezza di m.1,50, è la molla che dà l'incredibile spinta verso il cielo alla nostra "cicindela". L'abbrivo è favorito da una perfetta battuta di lancio effettuata sopra ad una tavola di legno, disposta in posizione leggermente rialzata in direzione del fondovalle. Sono gli anziani gli esecutori più esperti nel realizzare le rinomate quadrelle, e per tempo ne preparano una grande quantità. Al termine dei lanci ufficiali le "pirulas" che sopravanzano verranno regalate ai più giovani per il loro allenamento. Sono ancora diversi i borghi della Valle del Chiarsò i cui abitanti, sorretti dal profondo stimolo del "Sânt scugnÎ fâ!" (del "Santo dover fare!"), dedicano tempo e fatica per celebrare l'antico rito in onore di Beleno.

Ogni borgo ha un suo gruppo organizzatore "I uàits dai petèz", giovani idonei nello scoprire i sentimenti amorosi, tenuti nascosti dalle coppie del proprio villaggio. Diverse sono le persone che si occuperanno di tutto ciò che occorre per svolgere l'antico cerimoniale: provvedere ad un abbondante quantitativo di legna per il falò che accenderà "las cidulas", predisponendole ai lanci; verificare l'efficienza della pedana per la battuta "la mùsa" (letteralmente "l'asina"), procurare un numero sufficiente di verghe d'orniello "stomblis" (dal latino stimulus, eccitare, stimolare la velocità), ed altri personaggi si occuperanno del vettovagliamento per tutti i partecipanti ai lavori. L'incarico più impegnativo è affidato al "gruppo dei petèz", giovani d'ambo i sessi scelti tra i più "uaits" (dal tedesco "furbi") del villaggio, che si occuperanno alla realizzazione di un importantissimo "dossier", che sarà reso pubblico soltanto al momento dei lanci delle pirulas. Il lavoro di questo "gruppo investigativo" è di grande importanza per la riuscita della manifestazione, poiché alla furbizia dei suoi membri è affidato il compito di scoprire ogni sentimento amoroso non ancora reso pubblico, vuoi per la timidezza dei due innamorati, o a causa d'oscuri ostacoli imposti dalle relative famiglie. Molto spesso queste operazioni d'acuta "maieutica" sono portate a termine con subdoli "furti" di sentimenti, abusando d'amicizie profonde e di confidenze garantite da falsi giuramenti. Durante le inchieste, i componenti dei "petèz" prendono nota anche del più recente manifestarsi di un impulso amoroso, e degli eventuali impedimenti che potrebbero ostacolare il suo naturale manifestarsi. Il "gruppo dei petèz" si fa carico, anche nei periodi successivi al lancio delle "cidulas", che la coppia di fidanzati non subisca alcun ostacolo alla loro unione.

Al calare della notte dedicata all'antichissimo cerimoniale gli ampi terrazzi agricoli che abbracciano la "Conca di Cjaroi" s'illuminano di vigorosi falò. Attorno alle rosseggianti fiamme si affannano le sagome degli adulti e dei bambini festanti che si apprestano a celebrare il più antico dei riti degli Avi Karni. Le tradizionali quadrelle sono ormai liberate dalle loro ghirlande, ed accostate dalle mani innocenti dei bambini alle braci ardenti. I luoghi dei lanci sono da tempo immemorabile sempre gli stessi, e scelti in modo che le distanze che li separano dai villaggi sottostanti, siano idealmente tagliate dal Torrente Chiarsò, o da un suo affluente. Infatti, se la "cidula" riuscirà con il suo volo a superare questa linea ideale, il contenuto ritmato del sonetto gridato dal banditore si realizzerà. Tra la folla, stipata in smaniosa attesa nella piazzetta del villaggio o sul sagrato della chiesa, alcune giovani ragazzine tentano di mascherare l'agitazione, per il timore che il loro sentimento amoroso stia per diventare di dominio pubblico, per colpa del diabolico "gruppo dei petèz". Non mancano, però, le ragazze meno giovani che sperano di sentire il proprio nome, abbinato al giovanotto tanto atteso! Sono diversi i matrimoni celebrati nella Valle del Chiarsò con l'ausilio dei petèz e "dall'imprimatur" delle "cidulas".

Ora dall'alto terrazzo il "banditore", aiutandosi con un tradizionale megafono di latta, saluta la folla sottostante, invitandola ad eliminare ogni intralcio al formarsi di nuove famiglie. Il roteare di una "cidula" (dal latino cicindela: lucciola), infilzata nello "stombli" e completamente avvolta dalle braci; questo è l'atteso segnale che l'antico rituale celtico sta per avere inizio. La vivida aureola di luce emessa dalla quadrella si ravviva con il vorticoso abbrivo impressole dal "battitore": ed ecco che l'antica "cicindela" s'invola nel cielo in onore del Santo Patrono.

Biela, biela chesta pirula
a San Vii è dedicada:
la sô lûs sèdi la guida
a Paulâr d'ogni contrada.

Proprio bella questa rotella
a San Vito è dedica:
la sua luce sia la guida
per tutte le contrade di Paularo

Il secondo lancio è sempre dedicato alla comunità con l'augurio d'ogni bene.

Lusjorôsa pirulùta
va lizèra sul Cjarsòn:
puarta sjvuèlta il nosti augùri
ca par duc' vada benòn!
Luminosa rotellina
vai leggera sopra il Chiarsò:
porta veloce il nostro augurio
che per tutti vada bene!

Con il terzo lancio, sempre molto atteso dagli spettatori per il suo contenuto critico, è reso di pubblico dominio un eventuale comportamento non molto corretto, tenuto da personaggi locali.

L'è tant biel il nosti seminarìst
chel Nicola "din, don, dan":
ancja lui as bielas pupas
cuant ch'al po' al trai la man!
E' tanto bello il nostro seminarista
quel Nicola "din, don, dan":
pure lui alle belle ragazze
appena può allunga la mano!

Iniziano quindi i lanci con i quali sono resi di pubblico dominio gli amori non manifesti, quelli ostacolati ed anche quelli tenuti nascosti dai ragazzini più giovani.

Propi biela la Marina
dal Vittorio chel dal pan
- Sù decì a fâ la scielta:
viô ch'al sjmonta ancja il levàn! -
I "petèz" a chi mi dîsjn,
è 'na nòva dal moment:
ancja il Mario e la Liciùta
ai decì pal "Sacrament".

Proprio bella è Marina
di Vittorio il panettiere:
- Forza deciditi a fare la scelta:
stai attenta che cala anche il lievito! -
Il "gruppo dei petèz" qui m'informa,
è una notizia del momento:
anche Mario e Licietta
hanno deciso di sposarsi!

Molto spesso anche le ragazze partecipano ai lanci con spontanee dichiarazioni amorose.

Cidulùta biela, biela
tu chel flum pàssilu dut:
un pinsîr e 'na busàda
puarta sjvuèlta al gno biel frut.
Lucciolina tanto bella
tu quel fiume attraversalo tutto:
un pensiero ed un bacio
porta veloce al mio bel ragazzo.

Infine quella che chiude i lanci.

Vin finî di trai las "cidulas",
rispietant la tradiziòn.
Un biel "mandi" a chei ca scoltin
jù ta plaça, o sul balcòn.
Abbiamo terminato i lanci,
rispettando la tradizione.
Un "Vivi a lungo" a quelli che
ascoltano giù nella piazza,
e a quelli sulla finestra di casa.

In diversi villaggi della Valle del Chiarsò e della Carnia dove si continua a celebrare l'antichissimo cerimoniale delle "cidulas", purtroppo, è scomparsa l'importante ricerca dei "petèz", un tempo organizzati con impegno ed allegria.

Testo di Rino De Crignis

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